Il Castello

Avacelli
Altitudine mt. 485. Posizione versante. Abitanti 145 (1989)
TOPONIMO - L'antica denominazione di "castrum lavacellorum farebbe pensare al latino "labes", frana `luogo scosceso", e simili (che ha riscontro negli antichi termini italiani "rava , "rave" e nei toponimi omografi `Lava", `Bava 9, anche se il Pieri, per analogo toponimo della Val d'Arno, non rifiuta un possibile aggancio con `lavaclum" (per "lavacrum ", fonte, bagno e simili). (i.q.)
TERRITORIO - Situata tra i rilievi a SE di Arcevia, è quasi completamente circondata da una serie di fossi e di torrenti le cui acque confluiscono nel fosso di Colle di Corte ed appartengono quindi al bacino del Misa. La struttura litologica è data da rocce calcaree di varia origine: alle propaggini settentrionali della dorsale del San Vicino, costituite essenzialmente da maioliche risalenti alla fine del Cretaceo, fanno seguito scaglie rosate e bianche, anch'esse cretaciche, sulle quali giace l'insediamento; a SW del sito scaglie cineree di origine terziaria si alternano a depositi detritici di origine quaternaria. L'insediamento è delimitato a NE ed a SSW da un querceto di roverella, governato a ceduo ed abbastanza degradato (normalmente battuto da cercatori di funghi e tartufi), interessato anche da interventi di rimboschimento; il resto del territorio è coltivato a graminacee ed a vigneti. (m.r.g.)
LINEAMENTI STORICI - Il periodo successivo all'anno 1000 segna per la zona attorno ad Arcevia l'inizio di un notevole incremento e sviluppo demografico, inevitabilmente provocando nuove esigenze di vita sociale e aggregativa e determinando il sorgere di nuove costruzioni e insediamenti urbani. In epoca feudale, nuclei abitati si sviluppano attorno ai castelli, edificati, per lo più, a scopo difensivo in punti strategici del territorio. Tra questi uno dei più antichi e importanti è quello di Avacelli (Castrum Lavacellorum). La sua costruzione è databile tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII, in un periodo particolarmente difficile, sia sul piano politico sia su quello religioso. Si sta infatti determinando la disgregazione dell'intero sistema feudale, instaurato col Sacro Romano Impero, con la conseguente frammentazione dei vasti latifondi ecclesiastici ed imperiali. E' un periodo perciò di particolare fluidità ed incertezza, di crisi dei poli istituzionali di riferimento socio-politico e religioso. L'insediamento sorge sulla fascia di confine tra le aree di influenza longobarda e quella bizantina ai limiti del Comitato e della Diocesi di Camerino verso la Pentapoli. Zona di frontiera e di confluenza di vasti territori e domini, Avacelli con la sottostante e più antica chiesa di Sant' Ansuino, risalente alla seconda metà del IX secolo, si pone come punto di collegamento tra i territori longobardi del Sentino, dell'alto Esino e dell'alto Misa, divenendo perno fondamentale nell'organizzazione militare longobarda che si articola attraverso vari centri fortificati a breve distanza l'uno dall'altro, lungo la fascia montana. Tra di essi la Basilica (Beicerca presso Avacelli), la cui esistenza è documentata per la prima volta nel 1082, il castello di Luppurano (Appurano), la cui più antica testimonianza risale al 1162, e la Rocca (Arcevia) che, come tale appare per la prima volta in un documento del 1139. In questa area, nei primi due secoli del secondo millennio, tra il XII e il XIII, emergono le due potenti famiglie feudali dei Della Rossa e degli Appurano. Definitasi in modo sempre più chiaro e preciso la volontà espansionistica di Rocca Contrada, nel 1219 Nicodemo, signore di Appurano, le si sottomette e nel 1234 Rainaldo, ultimo signore dei della Rossa, fa atto di sottomissione con tutte le sue proprietà. Solo qualche anno più tardi, nel 1250, il castello di Avacelli passa sotto il dominio di Rocca Contrada. Gli inizi del secolo successivo vedono l'intero territorio teatro di cruenti scontri bellici. Nel 1407 Rocca Contrada è assediata da Migliorati, signore di Fermo, che intende punirla per essersi legata alla fazione favorevole al papa. Avacelli tenta di difendersi anche con l'aiuto di un contingente guidato da Giovanni Angelucci, ma l'esercito nemico, proveniente da Genga e Rocchetta, con a capo Ceccolini da Perugia, riesce, nonostante la fiera resistenza, ad occupare il castello; uguale sorte subiscono gli altri fortilizi che formano il sistema difensivo arceviese. A rompere l'assedio giunge Braccio di Montone che, in pochi giorni, libera tutti i castelli e, con l'aiuto delle popolazioni residenti, riesce a catturare più di 300 uomini. Quando nel 1424 Rocca Contrada rientra sotto il dominio della Chiesa ad opera di Pietro Colonna, Avacelli segue la stessa sorte e viene annessa il 13 ottobre dello stesso anno. Nel 1426 il castello passa per concessione a Ludovico Colonna e nel 1432 è retto da un capitano. Poi rientra sotto la giurisdizione del comune dominante, del quale ormai condivide le vicende e i principali avvenimenti storici. Dopo l'Unità non gli viene riconosciuta l'autonomia di comune appodiato ed è declassato a frazione di Arcevia. (s.t.)
ASSETTO URBANISTICO - A differenza dei castelli del sistema fortificatorio del territorio di Arcevia, tutti posizionati sulle sommità di poggi naturali ad andamento quasi circolare ed a fuso, con possibilità di avvistamento a 360°, il castello di Avacelli, così come quello di Palazzo, è situato in una posizione singolare. L'insediamento si trova infatti a circa cento metri di distanza e quaranta metri più in basso rispetto alla quota superiore del poggio, sul versante sud dello stesso e rivolto verso est, con una capacità di avvistamento notevolmente ridotta. L'elevata acclività del versante sul quale si sviluppa l'insediamento del castello, ha originato la forma a ventaglio del nucleo che si presenta con il vertice rivolto a nord generatore di due lati: quello ad est forma la chiusura del castello con abitazioni disposte secondo le curve di livello, l'altro ad ovest, dove la pendenza costante del terreno è più dolce, presenta le mura di cinta. La chiusura a sud del ventaglio, parallela alle curve di livello, coincide con la cinta muraria fortificata che forma un tutt'unico con le sovrastanti abitazioni, dando luogo alla tipologia interna del nucleo suddiviso in tre settori. La strada di accesso, oggi abbandonata, che da nord sale dal fondovalle a mezza costa, fiancheggia la base delle mura di cinta per tutta la loro lunghezza fino all'ingresso del castello, per poi distaccarsi e scendere verso l'altro versante. Al castello si accede attraverso un ingresso posto a sud, costituito da un corpo di fabbrica pressoché quadrato con una porta centrale ad arco acuto sulla cui struttura sono ancora infissi i sei cardini a sostegno delle due ante in legno. Il sistema difensivo è costituito, a sinistra di chi entra, dalla torre semicircolare, dove sono ancora visibili le feritoie verticali poste ad altezza d'uomo e quelle orizzontali che si trovano a circa sei metri dal livello della strada. Il fortilizio è costruito prevalentemente in pietra arenaria con una leggera scarpa a partire dal toro, realizzato in mattoni posti di testa con la parte sporgente arrotondata. In prossimità della copertura si trova un'altra cornice, realizzata anch'essa in laterizio, ma con i mattoni disposti in piano. La parte della costruzione sovrastante la porta, ricostruita in epoca successiva con materiale diverso (pietra calcarea bianca) rispetto alla originaria pietra arenaria, probabilmente era dotata di beccatelli per la difesa piombante. Oltrepassata la porta, la viabilità interna corre quasi in piano con assi paralleli tra di loro e disposti a diverse quote altimetriche. Le vie interne sono collegate attraverso ripidi tratti o brevi rampe di scale che confluiscono nella piazzetta sulla quale si affaccia la chiesa di S. Lorenzo con l'antico portale in pietra squadrata calcarea bianca decorato con motivi geometrici alla sommità superiore dell'arco a tutto sesto. Sulle strette vie si aprono le abitazioni disposte a schiera e costituite da due o tre piani; queste in alcuni tratti si collegano trasversalmente tra loro, superando la via con archi in muratura. Tutte le costruzioni mostrano evidenti segni delle numerose vicende storiche e naturali che il castello ha subito, evidenziate dalle diverse tecniche costruttive e dall'uso di materiali eterogenei. (a.v.)
BENI ARTISTICI - Nella chiesa parrocchiale, la parete d'altare è dominata dall'incombente dossale in terracotta dipinta, raffigurante la Vergine della Misericordia tra dia Santi. Lo schema richiama da presso l'analoga composizione plastica esistente nel Museo di Genga, ma qui, forse anche in virtù di un migliore stato conservativo, è espressa una più incisiva eleganza. Il complesso elaborato,- che si rifà alle pale d'altare dipinte (e delle quali ricalca lo stesso schema della predella) vanta un tradizionale riferimento al sassoferratese Pietro Paolo Agabiti. Sulla stessa parete, si ergono su piedi stallo due altre sculture in terracotta, forse della medesimi mano. In basso, alle due estremità della parete, occhieggiano dallo scialbo due affreschi frammentari, con S. Ansovino e la Madonna in trono col Bambinello, di buone mano cinquecentesca. Sulla parete a sinistra dell'entrata, bella tela del secondo '500, con la Madonna in trono tra S. Lorenzo e S. Salvatore. Una mano apocrifa vi ha aggiunto, almeno ur secolo dopo, il fregio ornamentale che corre sul piede de dipinto (siglato dalla data 1660) e il Padre Eterno tre nuvole e angeli che occupa la calotta superiore. Per quanto attiene al brano centrale, esso si qualifica per nitore del segno e l'attenzione al dato luminoso, che accende di tonalità calde e ferme i brani tessili, e leviga con magistrale senso plastico gli incarnati. Il dipinto, pervaso di malinconici umori, è sfuggito ai pur attenti ricercatori locali, e merita una diversa e ben più concentrata attenzione, per le sue scoperte relazioni col mondo figurativo emiliano del XVI secolo. (g.d.)
Pietro Paolo Agabiti (?), Vergine della Misericordia tra due Santi, terracotta (particolare). Chiesa parrocchiale di San Lorenzo